Focus

La "via crucis" dei migranti nell'anno della Misericordia

Dagli hotspot ai Cara, ai Cie, alla maratona dei riconoscimenti di rifugiato, ai respingimenti, ai rimpatri.
Di
Piero Innocenti
Pubblicato in:

Da oltre dieci anni si scrivono rapporti sulla gestione e sulle carenze organizzative e sanitarie riscontrate nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) dove vengono trattenuti gli stranieri in attesa di essere compiutamente identificati. Iniziò Medici senza Frontiere (2004), seguì il rapporto Mistura (2007) poi Medici per i diritti umani (2013) e la Commissione Ruperto (2013), per arrivare alla relazione Manconi (2014). Critiche da un lato ma anche l'esigenza di dover disporre di strutture adeguate e in numero ragionevole per le aumentate esigenze connesse ai flussi migratori. La situazione, sul punto, è peggiorata nel senso che, al 17 maggio c.a., sono soltanto cinque i Cie operativi in tutto il territorio nazionale con 180 stranieri trattenuti (di cui 58 donne) senza contare i gravi danni arrecati alle strutture, anche di recente, da incendi appiccati dagli "ospiti" che hanno determinato la ulteriore diminuzione nella ricettività totale, scesa a 250 persone. In alcuni casi, poi, è stata addirittura disposta la chiusura dei centri per lavori di straordinaria manutenzione (che proseguono da oltre due anni, come nei Cie di Bari, Bologna, Gorizia e Milano). Naturalmente è solo tempo sprecato parlare di aperture di nuovi centri (uno per ogni regione, come si era ipotizzato alcuni anni fa) per rendere le procedure di identificazione più celeri ed evitare quei penosi, lunghi accompagnamenti di stranieri -ognuno scortato da almeno due agenti di polizia - lungo la penisola, nel centro dove l'ufficio centrale ha rilevato un "posto disponibile". Tutte le volte che si e parlato di questo problema, istituzioni territoriali, politici locali, sindaci (e cittadini), hanno sempre ostacolato le iniziative per l'evidente perdita di consenso elettorale che ne sarebbe derivato. E l'hanno sempre spuntata.

Problemi si registrano anche negli hotspot  la cui attivazione nel nostro paese è stata, in passato, sollecitata dall'UE per evitare che, subito dopo gli sbarchi, gli stranieri riuscissero in qualche modo a sottrarsi alle operazioni di controllo e identificazione (particolare che era emerso nel corso di controlli fatti a molti stranieri che, sbarcati in Italia, erano, poi, arrivati in altri paesi). La realtà, tuttavia, è che non si riesce, nonostante l'impegno e la buona volontà delle forze di polizia e degli altri operatori coinvolti nelle attività di accoglienza, a gestire in modo soddisfacente tale fase se si pensa che nel 2016, alla data del 17 maggio, il 40% dei migranti (12.815) è approdato nelle località sedi di hotspot (Pozzallo, Trapani, Taranto), mentre il restante 60% (19.475 stranieri) è sbarcato in porti non sede di hotspot.

La "via crucis" dei migranti prosegue, poi, con l'estenuante percorso del riconoscimento dello status di rifugiato ( o quello di protezione sussidiaria o umanitaria, a seconda delle situazioni). Ebbene, su 30.751 richieste di asilo presentate (26.899 uomini e 3.814 donne) nel corrente anno, alla data del 30 aprile, ben 18.350 erano di persone provenienti dal continente africano, 10.105 dall'Asia, 1.549 dall'Europa, 431 dall'America (278 da altri paesi). Secondo i dati (provvisori) della Commissione Nazionale sul Diritto di Asilo, sul totale di 30.751 domande presentate, 18.721 (il 61%) non hanno avuto esito positivo, 1.462 (5%) gli "irreperibili" e soltanto 1.212 (4%) le persone cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato ( in prevalenza siriani, eritrei, libici, iraniani, somali, iracheni, afgani). A 3.722 stranieri è stato, invece, riconosciuto la protezione sussidiaria mentre per 5.564 è stata avanzata la proposta di protezione umanitaria.

Ci sono, quindi, i respingimenti degli stranieri alla frontiera aerea ( ben 2.236 dall'inizio dell'anno, in prevalenza albanesi, nigeriani e moldavi) cui vanno aggiunti i 1.195 respinti nei porti italiani (frontiera marittima) dove pure si sono rilevati una settantina di casi di persone che si erano nascoste all'interno di container o di veicoli. Nei normali servizi di controllo del territorio le forze di polizia hanno intercettato 8.410 stranieri "illegali" procedendo anche alla (inutile) denuncia alla magistratura per il c.d. reato di clandestinità. 1.521 i rimpatri forzati nel 2016 al 30 aprile ( nessuno volontario), che hanno interessato l'Albania, Tunisia, Marocco, Egitto, Cina, Moldavia, Senegal e Ucraina. Naturalmente, è probabile, anche a distanza di qualche mese, rivedere ancora gente "rimpatriata" che riprova a superare i tanti ostacoli che hanno impedito di approdare in un mondo più accogliente e senza guerre. Ricomincia, così, un'altra tappa di una interminabile via crucis.