Focus

La torsione d’un sistema. Riflessioni intorno alla sentenza Taricco

Di
Alberto Camon

1. Furore a Cuneo

È ormai un cliché dire che l’irruzione, nell’ambito penale, delle istituzioni e delle fonti europee sta minando il principio di legalità. Le cause sono molte e anch’esse note: l’aggrovigliamento della scala gerarchica, efficacemente ritratto da alcune fortunate metafore (1); l’endemico difetto di determinatezza che affligge, pressoché inevitabilmente, disposizioni pensate per adattarsi a qualche decina di ordinamenti; le imprecisioni commesse nel tradurre i precetti dai testi originari alle varie lingue ufficiali dell’Unione; il modo talvolta spregiudicato in cui la Corte di Giustizia intende il metodo dell’interpretazione conforme (2); il potere-dovere degli organi giurisdizionali interni di disapplicare la disposizione nazionale contrastante con quella europea (potere-dovere che a sua volta suggerisce l’immagine d’un giudice che, invece d’esservi soggetto, s’erge al di sopra della legge); l’inarrestabile ascesa del principio del mutuo riconoscimento, che obbliga il giudice ad attribuire a provvedimenti stranieri (ovviamente emessi secondo criteri diversi da quelli interni) il medesimo effetto dei nostrani, finendo così anch’esso per indebolire le regole, a vantaggio dei principi; e altre cause ancora (3).
A questo percorso storico di sgretolamento (i più ottimisti direbbero: di trasformazione) del principio di legalità, la sentenza Taricco imprime un’accelerazione talmente brusca che, se non verrà in qualche modo frenata, ci porterà ad un punto di non ritorno.
Un risultato così prodigioso è stato favorito dalla combinazione di due furori ideologici. Il primo percorre l’ordinanza di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia UE: in un procedimento per vari illeciti in materia d’imposta sul valore aggiunto, il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Cuneo appura che un reato è ormai prescritto mentre gli altri, verosimilmente, si prescriveranno prima che si possa giungere ad una sentenza definitiva. La constatazione lo spinge ad investire la Corte di Giustizia, con argomentazioni piuttosto scomposte. Si cercherebbe invano, nel provvedimento piemontese, qualche riferimento alla ratio ed al fondamento (anche costituzionale) della prescrizione: lo scorrere del tempo che sbiadisce il ricordo degli avvenimenti e placa l’allarme sociale; il divieto di punire una persona divenuta ormai diversa da quella che commise il fatto; la scarsa o nulla efficacia preventiva di pene irrogate a grande distanza dal reato; l’interesse dello Stato alla stabilità e alla certezza delle situazioni giuridiche; la difficoltà di difendersi e raccogliere prove intorno a vicende remote; il diritto a non rimanere in eterno in balia d’iniziative persecutorie; la sanzione per una durata irragionevole del processo (4). Niente di tutto questo.
Dichiarare la prescrizione sarebbe, invece, un «esito scandaloso», perché permetterebbe «che le indagini ed i successivi procedimenti penali non pervengano al risultato per cui esistono (punire i colpevoli)»; non a caso, all’estero si prevedono «giustamente termini di prescrizione molto lunghi», mentre da noi l’istituto non è più «garanzia dell’imputato» bensì «garanzia dell’impunità». Per non dire dell’interruzione della prescrizione: una regola a tal punto «iniqua» che si potrebbe prenderne le parti soltanto facendo «retorica». Dal canto loro, i difensori puntano appunto qui, alla prescrizione: verso questo «obiettivo facilmente raggiungibile» «prodigano grande impegno», attraverso «eccezioni […] destituite di fondamento», «incidenti procedurali», «astute manovre», insomma la «mitraglia delle eccezioni meramente dilatorie a cui i magistrati italiani sono ormai tristemente rassegnati» (5).

Non si tratta (non soltanto) d’una questione di toni; lo spirito che soffia su Cuneo produce tre conseguenze degne di nota. La prima: l’ordinanza di rinvio pregiudiziale è bellicosa ma in larga misura sbagliata, come la stessa Corte di giustizia avrà modo di affermare. La seconda: il giudice seleziona in modo opinabile l’istituto sospettato di violare il diritto dell’Unione; la scelta cade sull’interruzione della prescrizione, ma si tratta appunto d’una scelta, niente affatto obbligata: se il profilo incompatibile con gli obblighi comunitari è che i reati in materia di IVA si prescrivono troppo spesso, allora ci si poteva lamentare anche dei termini “di base” della prescrizione (e non è azzardato ipotizzare che, se la soluzione fosse stata questa, la decisione della Corte di Giustizia non sarebbe stata molto diversa). Si noti anzi come una riforma del 2011 (inapplicabile ai fatti per cui si procede a Cuneo) abbia aumentato d’un terzo proprio i termini di base della prescrizione di quasi tutti i reati tributari (art. 2, comma 36 vicies semel, lettera l) D.L. 13 agosto 2011, n. 138, convertito in L. 14 settembre, n. 148): secondo il legislatore, dunque, il punto debole della disciplina stava semmai qui, non nelle disposizioni sull’interruzione; a questa scelta di politica criminale il Giudice di Cuneo ne sovrappone una propria. È un punto importante, sul quale bisognerà tornare.

Sommario: 
1. Furore a Cuneo. 2. Furore a Lussemburgo. 3. Nelle terre del disordine. 4. I nuovi signori della politica criminale. 5. Prospettive.
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