Focus

L’istituto della messa alla prova ex lege 28 aprile 2014, n. 67. Inquadramento teorico e problematiche applicative

Di
Giuseppe Luigi Fanuli

1. Considerazioni preliminari
Il secondo capo della legge n. 67 del 2014 ha introdotto nell’ordinamento l’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova, con interventi mirati in quattro diversi contesti normativi:
– il codice penale, modificato dall’art. 3 mediante l’inserzione degli articoli 168-bis, 168-ter, 168-quater;
– il codice di procedura penale, nel quale l’art. 4 inserisce sette nuove disposizioni (da 464-bis a 464-nonies);
– le norme di attuazione di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale nel quale sono inseriti gli articoli 141-bis e 141-ter;
– il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale, di anagrafe delle sanzioni amministrative dipendenti da reato e dei relativi carichi pendenti (D.P.R. 14 novembre 2002, n. 313);
La messa alla prova consiste – in estrema sintesi – nello svolgimento, sotto la supervisione dell’ufficio dell’esecuzione penale esterna (u.e.p.e), di condotte dirette a riparare le conseguenze dannose o pericolose del reato, nel risarcimento dei danni cagionati alla persona offesa, nella mediazione con la vittima del reato, nell’affidamento al servizio sociale per lo svolgimento di attività di volontariato di rilievo sociale, nell’osservanza di prescrizioni relative alla dimora, alla libertà di movimento, alla frequentazione di locali, nella prestazione di lavori di pubblica utilità per enti pubblici anche locali e per enti privati di assistenza socio sanitaria e di volontariato (per almeno dieci giorni anche non consecutivi, tenendo conto delle inclinazioni del soggetto e senza pregiudicarne le esigenze di lavoro, studio, famiglia e salute).
Tali attività si svolgono al di fuori del procedimento penale. E, invero, piuttosto che di messa alla prova (e di richiesta di messa alla prova), si deve parlare di sospensione del processo per la messa alla prova. In tale modo si esprime espressamente il legislatore; del resto, che si tratti di un incidente, nella più ampia vicenda processuale, lo dimostrano le norme che prevedono la possibilità ex art. 464 sexies c.p.p. di assumere solo le prove “non rinviabili” e le prove utili per il proscioglimento.
La richiesta di sospensione deve essere promossa dall’interessato personalmente o da un procuratore speciale. Il termine per proporla è quello dei riti alternativi del giudizio abbreviato e del patteggiamento: fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422 c.p.p. o fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel giudizio direttissimo e nel procedimento di citazione diretta a giudizio, oppure ancora entro il termine e con le forme stabilite dall’art. 458, comma 1, c.p.p. se è stato notificato il decreto di giudizio immediato, o con l’atto di opposizione, nel procedimento per decreto.
La procedura per l’accoglimento o meno della richiesta – come si dirà – è diversa a seconda che la richiesta stessa sia avanzata nel corso delle indagini preliminari o dopo l’esercizio dell’azione penale.
Nel caso in cui la richiesta avvenga in udienza (o sia riproposta in udienza), il giudice si limita a “sentire” le parti e la persona offesa. È evidente che, in tale caso, si tratti di mero parere, obbligatorio ma non vincolante.
Il giudice, sempre che non debba pronunciare sentenza di proscioglimento “allo stato degli atti”, decide con ordinanza la sospensione del procedimento per consentire la messa alla prova, quando, alla luce dei parametri di cui all’art. 133 c.p., il progetto apparirà idoneo e riterrà che l’interessato non commetta nuovi reati; altrimenti la respinge, sempre con ordinanza.
Decorso il periodo di sospensione, qualora la prova abbia dato esito positivo, il giudice dichiara con sentenza l’estinzione del reato. La sentenza è pronunciata in udienza, della cui fissazione deve essere dato avviso, oltre che al P.M. ed all’imputato, anche alla persona offesa. Rimangono però efficaci le sanzioni amministrative accessorie previste dalla legge.
Qualora, invece, la prova abbia avuto esito negativo, oppure quando l’interessato commetta gravi e reiterate trasgressioni al programma di trattamento, rifiuti di prestare il lavoro di pubblica utilità, commetta – durante il periodo di prova – un nuovo delitto non colposo od un reato della stessa indole di quello per il quale si procede, il giudice (evidentemente sempre in udienza) con ordinanza dispone che il processo abbia il suo corso.

Sommario: 
1. Considerazioni preliminari; 1-1) Natura e ratio dell’istituto. 2. L’ambito oggettivo di applicazione della misura; 2-1) La problematica dei reati connessi. 3. Le preclusioni soggettive. 4. I contenuti della misura; 4-1) Il lavoro di pubblica utilità. 4-2) Il programma di trattamento. 5. Il ruolo dei soggetti coinvolti nel procedimento; 5-1) L’imputato. 5-2) Il pubblico ministero. 5-3) La persona offesa. 6. I tempi della procedura e il decorso della prescrizione. 7. Le pronunzie del giudice sulla richiesta di messa alla prova; 7-1) Gli effetti processuali della ordinanza di rigetto e di quella di accoglimento. 7-2) Il regime delle impugnazioni; 7-2-1) Il problema dell’appellabilità dell’ordinanza di rigetto e della riproposizione della richiesta in appello. 8. I possibili esiti della messa alla prova e le relative implicazioni di natura sostanziale e processuale. 9. La disciplina intertemporale; 9-1) Critica alle argomentazioni di chi sostiene l’applicazione retroattiva delle norme sulla messa alla prova. 9-2) La prima pronunzia della Cassazione. 9-3) Razionalità della disciplina intertemporale.
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