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Nessun danno se la burocrazia sbaglia: ti rubano l'auto, ricevi multe su multe, ma si tratta di piccoli fastidi del mondo di oggi

La Cassazione civile con sentenza 10 maggio 2018, n. 11244, reputa danno non quantificabile 18 anni di controversie giudiziarie, per le multe arrivate al primo proprietario di un auto rubata.
Di
Ugo Terracciano

Non basta il danno di aver subìto il furto, ma l'auto rubata può essere fonte di guai e preoccupazioni davanti alle quali si può rimanere indifesi. Chiedetelo a quel signore di Milano a cui avevano rubato l'automobile ben diciotto anni fa, che per tutti gli ulteriori danni subìti ingiustamente per colpa della Pubblica Amministrazione ha cercato giustizia (o ingiustizia), riuscendo ad ottenere risposta solo nel maggio di quest'anno (Cass. civ. Sez. III, 10 maggio 2018, n. 11244).

A parte Kafka è difficile trovare qualcosa di simile in letteratura, con la differenza che mentre il buon Josef K (quello del famoso processo) viveva solo nella fantasia dell'autore, qui la storia invece è tristemente vera.

Subire il furto non è un fatto strano in un Paese come l'Italia dove (secondo lo studio di Lojak 2018) di auto ne spariscono 274 al giorno. E il dato più significativo, però, è che 4 veicoli rubati su 10 spariscono (si fa per dire) nel nulla. 

Pensare che, invece, l'auto del nostro sfortunato cittadino milanese era stata ritrovata, ma senza che lui potesse in alcun modo gioirne. Ma andiamo con ordine.

La vicenda - Il furto era avvenuto il 30 maggio 2000, data nella quale, appunto, il malcapitato aveva perduto il possesso dell'auto. In data 13 giugno 2000, veniva annotata la perdita di possesso del veicolo presso il PRA, ma non anche nell'Archivio nazionale degli autoveicoli. L'auto, poi, era stata ritrovata dai Carabinieri in data 8 settembre 2000 e successivamente aggiudicata all'asta, il 27 marzo 2003. Solo che tale passaggio intermedio non risultava annotato, come invece avrebbe dovuto essere. Nel frattempo erano fioccate contravvenzioni su contravvenzioni tutte notificate al primo proprietario, perché evidentemente i ladri si erano dimostrati poco rispettosi del codice ed il nuovo proprietario pure. Bello disporre di un veicolo esente-multe, nel senso che da qualche parte c'è un remoto signore che dovrà poi pagarle senza averne colpa. Insomma, come si dice, oltre al danno la beffa. Ogni volta un ricorso, una decisione del giudice di pace, spese e disagi a non finire. 

L'ACI aveva ragione e il Ministero non aveva torto - Stanco di tutto questo il poveretto fa causa avanti al Tribunale di Milano, richiedendo il risarcimento dei danni per prestazioni di assistenza legale, spese relative ai giudizi nei quali era stato oggetto di sanzioni amministrative e per tutti i disagi personali e logistici subìti. Come controparti due colossi: l'ACI e il Ministero dei Trasporti. Costituitosi l'ACI aveva sostenuto di avere provveduto ad annotare tutte le vicende relative al veicolo. Come dire: abbiamo fatto ciò che ci competeva. Il Ministero convenuto contestava la fondatezza della domanda e il Tribunale di Milano, con sentenza del 4 maggio 2012 respingeva le pretese dell'attore, ritenendo insussistente il nesso di causalità fra il danno lamentato e la condotta dei convenuti. Perché prendersela con ACI e Ministero? Si sa che la burocrazia a volte è imperfetta. In particolare, il malcapitato – secondo il Tribunale - non poteva pretendere a titolo di risarcimento le spese processuali poste a suo carico nei procedimenti giudiziari, mentre il mero fastidio o disagio restava estraneo all'area del danno risarcibile.

Insomma, l'ACI aveva ragione, il Ministero dei trasporti non aveva tutto questo torto e il nostro automobilista milanese, rimasto senz'auto, continuava a pagare le multe a dispetto di ogni logica, dal momento che era evidente che qualcosa nel meccanismo delle annotazioni burocratiche non avesse funzionato. 

Ci si sarebbe aspettati una passiva accettazione dell'ineluttabilità di una giustizia che funziona come un fenomeno fisico, con sue logiche autoreferenziali e insondabili, contro cui – come nell'opera kafkiana - a nulla servono la razionalità e la lucidità del soggetto.

Che dire: un danno e una beffa per il nostro kafkiano Josef K in versione milanese, il quale però, senza perdersi d'animo, decide di ricorrere in seconda istanza. E qui, clamorosamente, la situazione si ribalta.

Sorpresa: l'ACI è colpevole il Ministero lo è ancora di più - la Corte d'appello di Milano, con sentenza del 18 agosto 2014, dichiarava gli appellati responsabili in solido dei danni subìti per le errate annotazioni relative al rientro in possesso dell'auto e li condannava al pagamento della somma, “equitativamente determinata”, in €. 5000, oltre al pagamento delle spese di lite. 

Che cosa era successo? L'ACI aveva consentito l'annotazione del rientro in possesso del veicolo, a far data dall'8 settembre 2000, sulla base della dichiarazione proveniente, in data 2 dicembre 2004, non dal proprietario del mezzo, ma dal successivo aggiudicatario all'asta, divenuto proprietario solo il 6 maggio 2003. Inoltre, l'archivio nazionale dei veicoli non era stato aggiornato, per cui l'intestatario del veicolo risultava sempre il nostro malcapitato, con la conseguenza che, se anche i Comuni che avevano emesso le sanzioni amministrative nei confronti di tale veicolo avessero consultato l'Archivio nazionale, non avrebbero individuato il reale proprietario del veicolo. Quanto al Ministero, la responsabilità risiedeva nell'omesso aggiornamento dell'archivio informatico. Tecnicamente, veniva così riconosciuta la responsabilità extracontrattuale da fatto illecito e di qui la liquidazione dei danni, ad eccezione di quelli relativi alle spese processuali.

Quattordici anni di battaglie legali, ma alla fine la giustizia aveva trionfato e con essa forse anche, o ancora prima, la logica comune delle cose: se la burocrazia sbaglia perché a rimetterci dev'essere il cittadino utente? Bene, chi sa che soddisfazione per il Jofef K, versione nostrana. 

Ma il processo non poteva finire lì e infatti l'ACI non ci sta e si appella in Cassazione con diverse motivazioni nel proprio arsenale, tutte legate alla normativa stradale in tema di responsabilità per le violazioni e relative notifiche.

Il Codice parla chiaro: è tutta colpa dei Comuni - Innanzitutto, secondo l'ACI, la Corte d'appello nella sentenza di condanna non avrebbe correttamente valutato il disposto dell'art. 196 del codice, che detta il “principio di solidarietà”. La norma prevede la responsabilità dell'autore della violazione, in solido con il proprietario del veicolo, “se non prova che la circolazione è avvenuta contro la sua volontà”. Ipotesi questa dimostrabile attraverso l'annotazione della perdita di possesso regolarmente annotata presso il PRA. Conseguentemente, la responsabilità – sempre a sentire l'ACI - ricadrebbe sui Comuni che avrebbero dovuto esaminare tale registro pubblico e non l'Archivio nazionale dei veicoli, mentre sarebbe irrilevante la circostanza che l'annotazione relativa al rientro in possesso del successivo trasferimento della proprietà sia avvenuta sulla base delle indicazioni fornite, non dalla vittima del furto, ma dal successivo acquirente.

In secondo luogo, secondo il ricorrente, ci sarebbe una palese contraddizione: la pronuncia di condanna si fonda su una circostanza che la stessa Corte d'appello esclude e cioè la consultazione diligente da parte dei Comuni per individuare il proprietario del veicolo. È la stessa Corte territoriale ad evidenziare che ciò non era avvenuto, in quanto i Comuni si erano limitati a consultare l'Archivio nazionale dei veicoli. Conclusione? È pacifico che il fatto si è verificato perché i Comuni interessati avevano erroneamente consultato l'archivio nazionale e non il PRA. Inoltre, il conservatore del pubblico registro aveva l'obbligo di procedere alla trascrizione su istanza di parte e, tale soggetto, nel caso di specie era l'acquirente (vedesi art. 94 C.d.S. e ss., ed i principi in materia di trascrizione, nonché l'art. 2658 cod. civ.). Insomma, è colpa dei Comuni che hanno notificato le multe senza consultare correttamente il PRA. Del resto gli artt. 196 e 201 C.d.S., nonché l'art. 386 reg. att. C.d.S. parlano chiaro, mentre la Corte ha addossato all'ACI le conseguenze dell'omissione degli enti comunali di Roma e di Mondragone. Sono i Comuni, secondo l'ACI, che avrebbero dovuto osservare il disposto del citato art. 196, che prevede che la contestazione della violazione deve essere effettuata nei confronti del soggetto che risulti proprietario o titolare di un diritto sulla base dei pubblici registri. E l'unico pubblico registro cui il Codice della strada fa riferimento è il PRA. Inoltre, il Regolamento di attuazione del Codice della strada prevede che colui che risulti intestatario del certificato di proprietà e destinatario di una sanzione debba informare il Comando procedente che non è proprietario del veicolo. Se l'attore si fosse attivato avrebbe potuto agevolmente evitare le conseguenze negative lamentate. Chiaro: i Comuni non hanno fatto il loro, il malcapitato non si è attivato come si deve. Così, a puntare l'indice davanti agli ermellini è proprio l'ACI, rifiutando la veste di colpevole ed indossando quella dell'inquisitore. E poi, di che danno stiamo parlando? Trattandosi di pregiudizio futile e irrisorio, causato da condotte prive del requisito della gravità non era nemmeno il caso di scomodare la giustizia.

Danno bagattellare, dunque, quindi danno non risarcibile. 

Quando il danno è “bagattellare” - Cosa ha lamentato il nostro Josef K? Che, a seguito delle vicende susseguitesi al furto della sua auto, gli erano stati notificati numerosi verbali di accertamento di infrazioni al codice della strada e successive cartelle esattoriali. Lo stesso si era attivato personalmente presso gli uffici della Motorizzazione di Milano richiedendo informazioni in ordine alle annotazioni relative al veicolo. A seguito dell'attività profusa personalmente per informarsi e chiarire la propria posizione presso gli uffici pubblici, il nostro Josef versione Milano, aveva subito spese e disagi e perdita di tempo che avevano determinato un pregiudizio psichico.

Peccato che la stessa Cassazione, in più occasioni, avesse avuto modo di precisare che il danno non patrimoniale, pur lamentato per supposta lesione di diritti costituzionalmente protetti, a causa della applicazione di sanzioni amministrative, non è meritevole di tutela risarcitoria quando è inquadrabile, come nel caso di specie, nello sconvolgimento della quotidianità della vita, che si traduca in meri disagi, fastidi, disappunti, ansie e ogni altra espressione di insoddisfazione, costituenti conseguenze non gravi ed insuscettibili di essere monetizzate perché bagatellari (Cass. civ. Sez. VI, Ordinanza n. 2370 del 4 febbraio 2014). Indipendentemente dalla sussistenza di un comportamento illegittimo o di una colposa omissione, la supposta violazione delle disposizioni in tema di aggiornamento degli archivi pubblici non si sottrae alla verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno” (quale perdita di natura personale effettivamente patita dall'interessato), in quanto “anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarietà ex art. 2 Cost. di cui il principio di tolleranza della lesione minima è intrinseco precipitato, sicchè determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dalle norme citate anche dalla parte ricorrente, ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva”. 

Nel caso di specie, peraltro – ha statuito la Cassazione - la domanda “ha trovato accoglimento, non già per esborsi concretamente sostenuti e documentati e neppure, in ciò confermando la decisione di primo grado, delle spese legali sostenute nei procedimenti indicati dal ricorrente, ma in via del tutto equitativa, con riferimento ai disagi logistici subiti dall'attore, il quale ha dovuto impiegare il tempo, spostamenti e impegno per cercare di chiarire la situazione con gli enti competenti”.

Insomma, di certo le Amministrazioni hanno sbagliato, è sicuro che il Ministero non ha operato correttamente, non c'è dubbio che ricevere multe ingiustificate è fastidioso e deprimente, ma di qui a parlare di danno – secondo la Cassazione - ce ne passa. Come dire, è un fastidio accettabile e quantificarlo economicamente sarebbe un esercizio acrobatico.

Senz'auto, destinatario di multe non meritate, deluso dall'Amministrazione e dalla tortuosa burocrazia monolitica e inattaccabile, Josef K versione meneghina pur avendo ragione ha avuto torto, Kafka permettendo, naturalmente.