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“ERGASTOLO OSTATIVO”: IL DIFFICILE EQUILIBRIO TRA LA PENA PERPETUA E IL PRINCIPIO DI RISOCIALIZZAZIONE

Commento all'ordinanza della Corte costituzionale n. 97 dell'11 maggio 2021

Data: 18/05/2021

La Corte Costituzionale, con ordinanza n. 97, depositata l’11 maggio 2021, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale degli artt. 4-bis, comma 1, 58-ter della L. 26 luglio 1975, n. 354 e dell'art. 2 del D.L. 13 maggio 1991, n. 152 convertito, con mod., nella L. 12 luglio 1991, n. 203, ha demandato al Parlamento l’intervento di modifica della disciplina relativa al c.d. “ergastolo ostativo”.

il thema decidendum posto all’attenzione della Corte Costituzionale riguardava la verifica di conformità del citato complesso normativo ai parametri costituzionali di cui agli artt. 3, 27, terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione in quanto, in virtù della disciplina “ostativa”, il condannato all’ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 -bis c.p., ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni in esso previste, non collaborante con la giustizia, non può accedere al beneficio della liberazione condizionale (trasformandosi, pertanto, la pena perpetua de iure  in una pena perpetua anche de facto)

Secondo la Consulta, in base a quanto emerge sia dall’evoluzione legislativa che da quella giurisprudenziale, italiana e europea, l’astratta comminatoria della pena perpetua è compatibile con il principio di risocializzazione, a patto che, però, siano previsti in astratto, e che risultino realisticamente applicabili in concreto, strumenti giuridici utili a interrompere la detenzione e a reimmettere i condannati meritevoli nella società (si veda la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, Viola c. Italia, del 2019 o le pronunce costituzionali sul tema successive alla L. n. 1634/1962 che ha consentito agli ergastolani di accedere alla liberazione condizionale).

Tale necessità, dunque, contrasta con il dettato dell’art. 4-bis cit. che sancisce, a carico del detenuto non collaborante, un’assoluta presunzione di perdurante pericolosità, dovuta, in tesi, alla mancata rescissione dei suoi collegamenti con la criminalità organizzata; ciò implica che, qualora il condannato all’ergastolo per delitti di contesto “mafioso” non collabori con la giustizia, gli sia automaticamente precluso l’accesso ai benefici penitenziari.

La Corte osserva che è la stessa giurisprudenza costituzionale maturata sulla disciplina “ostativa” a mettere in luce tutta l’irragionevolezza di detta presunzione e a tal proposito, ma non solo, cita più volte la sentenza n. 253/2019, con la quale è stata introdotta la possibilità di concedere permessi premio ai condannati per reati ostativi anche quando non collaborino con la giustizia.

La Corte Costituzionale ha, infatti, più volte affermato che la condotta di collaborazione ben può essere frutto di mere valutazioni utilitaristiche in vista dei vantaggi che la legge vi connette e non anche segno di effettiva risocializzazione. La Corte ha, inoltre, criticato la normativa per non considerare tutte le possibili difficoltà che si potrebbero manifestare dietro una simile scelta (in casi limite può, per esempio, trattarsi di una "scelta tragica": tra la propria libertà, che può tuttavia comportare rischi per la sicurezza dei propri cari, e la rinuncia a essa, per preservarli da pericoli).

La presunzione gravante sul condannato per delitti collegati alla criminalità organizzata, che non abbia collaborato con la giustizia, deve poter essere superata anche in base a fattori diversi dalla collaborazione e indicativi del percorso di risocializzazione dell’interessato; tale presunzione, tuttavia, permane, non essendo affatto irragionevole presumere che costui conservi i propri legami con l’organizzazione di originaria appartenenza.

La Consulta, in conclusione, ritenendo che un'immediata dichiarazione di illegittimità costituzionale delle disposizioni censurate potrebbe determinare disarmonie e contraddizioni nella complessiva disciplina di contrasto alla criminalità organizzata, nonché minare il rilievo che la collaborazione con la giustizia continua ad assumere nell'attuale sistema, ha affidato alla discrezionalità legislativa decidere quali ulteriori scelte possono accompagnare l'eliminazione della collaborazione quale unico strumento per accedere alla liberazione condizionale.  

Giacomo Zurlo