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ESAME DI AVVOCATO 2020: Pietro Dubolino commenta la sentenza Cass. pen. sez. V, 23 giugno 2020, n. 19065

Le modifiche apportate dalla L. 26 aprile 2019, n. 36, sulla legittima difesa

Data: 12/10/2020

In tema di legittima difesa, la presunzione di proporzionalità tra offesa e difesa nei casi previsti dall’art. 52, secondo comma, c.p. presuppone comunque la sussistenza delle precondizioni costituite dalla necessità difensiva a fronte di un pericolo in atto non altrimenti contenibile. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che legittimamente fosse stata esclusa la sussistenza della scriminante in questione in un caso in cui l’agente, a fronte del tentativo di intrusione in un’area di pertinenza della propria abitazione da parte di un soggetto disarmato che aveva però manifestato intenzioni aggressive nei confronti suoi e dei suoi familiari, nel quadro di una risalente situazione di conflittualità familiare, aveva preferito esplodere al suo indirizzo due colpi di fucile che ne cagionavano la morte, piuttosto che ritirarsi all’interno dell’abitazione, munita di porta e di inferriate alle finestre, per quindi chiedere da lì, telefonicamente, l’intervento della forza pubblica).

La causa di non punibilità prevista dall’art. 55, comma secondo, c.p. (turbamento psichico o stato di minorata difesa), attiene soltanto all’eccesso colposo di cui al precedente comma primo e non può, pertanto, essere invocata qualora il fatto sia stato commesso in assenza delle condizioni che, con valutazione “ex ante”, rendano configurabile la legittima difesa, reale o putativa.

La sentenza dalla quale sono state tratte le due massime sopra riportate si pone in linea di continuità con diverse altre che hanno già preso in esame le problematiche poste dalle modifiche che con la legge 26 aprile 2019 n. 36 sono state introdotte agli artt. 52 e 55 cod. pen. Come si ricorderà, l’art. 52 cod. pen. constava, originariamente, di un unico comma. Ad esso furono già aggiunti, con la legge 13 febbraio 2006 n. 59, un secondo ed un terzo comma con i quali, in sintesi, si stabilì la sussistenza del requisito della proporzionalità della difesa rispetto all’offesa allorchè, in caso di violazione di domicilio o anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto in luogo adibito ad attività commerciale, professionale o imprenditoriale, si faccia uso di un’arma legittimamente posseduta per difendere la propria o altrui incolumità o per difendere i beni propri o altrui, quando non vi sia desistenza e vi sia pericolo di aggressione. Con la legge n. 36/2019, oltre a rafforzarsi la suddetta presunzione di proporzionalità con l’inserimento, dopo la parola “sussiste”, della parola “sempre”, si è aggiunto un ulteriore comma, che figura ora per ultimo, con il quale si è stabilito che: “Nei casi di cui al secondo e al terzo comma agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere, con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone”. Quanto all’art. 55 cod. pen., che prevede la punibilità dell’eccesso colposo rispetto ai limiti entro i quali possono operare le cause di giustificazione (tra cui, in particolare, la legittima difesa), all’originario ed invariato primo comma, ne è stato aggiunto un secondo con il quale si stabilisce che la punibilità (anche a titolo di colpa) è comunque esclusa, nei casi di cui all’art. 52, commi secondo, terzo e quarto, “se chi ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità ha agito nelle condizioni di cui all’art,. 61, primo comma, n. 5 (c.d. “minorata difesa” – N.d.R.) ovvero in stato di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto”.

Ora, con riguardo alle novità concernenti l’art. 52, già in almeno tre occasioni la Corte di legittimità aveva chiaramente posto in luce che la “presunzione di proporzionalità” prevista nei casi di cui al secondo e al terzo comma, non escludeva in alcun modo che dovesse comunque essere accertata, “a  monte” l’esistenza di una effettiva “necessità” di difesa, quale prevista in via generale e onnnicomprensiva dall’immutato primo comma dello stesso articolo. In tal senso: Cass. I, 15 gennaio – 29 aprile 2020 n. 13191; Cass. III, 10 ottobre- 10 dicembre 2019 n. 49883; Cass. V, 13 giugno – 2 ottobre 2019 n. 40414. Analogo appare quindi l’orientamento espresso dalla sentenza in commento, la quale pure si è basata, per escludere la configurabilità della legittima difesa, anche putativa, sulla ritenuta assenza della suddetta “necessità”, posto che, nella fattispecie in esame (quale sommariamente descritta anche nella massima), l’incolumità dell’agente e dei suoi familiari, ben avrebbe potuto essere efficacemente salvaguardata anche senza ricorrere all’uso dell’arma contro l’aggressore. Ed è da notare che la sussistenza di una effettiva “necessità” di difesa (da intendersi, ovviamente, come necessità di una difesa “attiva”), è richiesta, come pure affermato nella medesima sentenza (e, prima ancora, nelle citate sentenze nn. 13191/2020 e 40414/2019), anche nel caso di cui al nuovo quarto comma dell’art. 52; e ciò ad onta della sua testuale formulazione, stando alla quale sembrerebbe, a prima vista, che lo stato di legittima difesa, comprensivo della suddetta “necessità”, debba ritenersi  automaticamente configurabile per il solo fatto che l’agente si trovi a fronteggiare una “intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica”.  Si è al riguardo puntualizzato, nella sentenza in commento, che con l’aggiunta dell’attuale quarto comma dell’art. 52, il legislatore  avrebbe soltanto “introdotto un ulteriore caso di mera presunzione - intesa la stessa in termini di agevolazione probatoria risguardo le circostanze del concreto contesto - di proporzionalità della reazione difensiva rispetto alla condotta offensiva, e non già una presumptio che involge la causa di giustificazione della legittima difesa in toto, del tutto eccentrica rispetto al sistema ordinamentale dell'antigiuridicità”.

In linea con tale indirizzo interpretativo potrebbe, inoltre,  aggiungersi che la presunzione di proporzionalità, nelle ipotesi date, dell’ “uso” dell’arma non può essere intesa se non nel senso che essa operi con riguardo ad un “uso” che sia appropriato rispetto alle effettive necessità difensive e non , quindi, con riguardo ad un “qualsiasi uso”. Ciò significa che, ad esempio, potrà dirsi sempre giustificato, in ambito domiciliare o ad esso equiparato,  il puntare l’arma contro un possibile aggressore (cosa che, in assenza della scriminante, darebbe luogo alla configurabilità del reato di minaccia grave), ma non potrà invece ritenersi giustificato esplodere un colpo di arma da fuoco in direzione di parti vitali del corpo dello stesso possibile aggressore che sia, in ipotesi, disarmato.

Con riguardo, poi, alla ritenuta inapplicabilità nel caso di specie, della causa di non punibilità per eccesso colposo, introdotta con l’attuale secondo comma dell’art. 55, ineccepibile appare l’iter logico seguito dalla Corte, non potendo, in effetti, revocarsi in dubbio che, una volta esclusa la configurabilità della legittima difesa, anche sotto il profilo putativo, non resterebbe, ovviamente, spazio per la configurabilità di un qualsivoglia “eccesso” dai relativi limiti, e, quindi, per la prospettabilità di una esclusione della conseguente responsabilità dell’agente, a titolo di colpa, in considerazione della situazione di “minorata difesa” o di “grave turbamento” in cui egli potesse essersi trovato. E’ mancata, quindi, l’occasione (che comunque presto o tardi si presenterà  in avvenire) di affrontare “ex professo” le varie questioni che, come già segnalato in dottrina, sono poste dalla nuova norma, specie per quanto riguarda la definizione dei criteri sulla base dei quali riconoscere l’esistenza o meno del “grave turbamento”; condizione, quest’ultima, a proposito della quale mette conto comunque osservare fin d’ora che la limitazione al solo caso dell’eccesso colposo in legittima difesa della sua potenziale rilevanza ai fini della esclusione della punibilità (come risulta dal testuale tenore della norma) appare del tutto irrazionale, posto che anche la scriminante dello stato di necessità, compresa tra quelle cui espressamente si riferisce il primo comma dell’art. 55, è necessariamente caratterizzata da una situazione di “pericolo in atto”, suscettibile, come tale, di produrre lo stesso “grave turbamento” prodotto da una ingiusta aggressione.

 

Pietro Dubolino

(Presidente di sezione a riposo della Corte di cassazione) 

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