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ESAME DI AVVOCATO: Fabrizio Colli commenta Cassazione penale, Sez. I, 22 giugno 2017 n. 14776

Il caso di interventi chirurgici privi di finalità terapeutiche

Data: 11/11/2020

Cassazione penale, Sez. I,  22 giugno 2017  n. 14776

Ove dal trattamento medico-chirurgico privo di finalità terapeutiche discenda la morte del paziente, non può trovare alcuno spazio applicativo la fattispecie di omicidio colposo, ma il fatto deve essere qualificato come omicidio preterintenzionale, salva, nel caso di accertata esistenza dell'animus necandi, la configurabilità del più grave delitto di omicidio volontario.

La sentenza affronta il tema della distinzione tra dolo preterintenzionale e dolo eventuale in relazione all'astratta imputabilità dei delitti di cui all’art. 575 c.p. e all'art. 584 c.p. nel caso di interventi chirurgici privi di finalità terapeutiche.

La pronuncia ricorda che nell'elaborazione giurisprudenziale l'elemento psicologico dell'omicidio preterintenzionale consiste nell'aver voluto, con dolo, l'evento minore rappresentato dalle lesioni cagionate alla persona offesa, e non anche l'evento più grave (la morte della vittima), che costituisce solo la conseguenza diretta, sul piano causale, della condotta dell'agente.

Nella ricostruzione dogmatica così riassunta, dunque, sotto il profilo soggettivo l’evento aggravatore del delitto di omicidio preterintenzionale, pur prevedibile, non deve essere voluto e nemmeno accettato come probabile (non deve dunque formare oggetto di volontà, nemmeno sotto forma di dolo eventuale) essendo proprio nell’atteggiamento psichico dell’agente che si determina il discrimine tra le fattispecie di omicidio preterintenzionale e volontario.

Viceversa, venendo al dolo eventuale, se ne individuano gli elementi essenziali nella chiara rappresentazione, da parte dell'agente, della significativa possibilità di verificazione dell'evento concreto che integra il reato (come conseguenza causale diretta della propria condotta) e nella concomitante determinazione, ciò nonostante e dopo aver considerato il fine perseguito e l'eventuale prezzo da pagare, di agire comunque anche a costo di causare l'evento lesivo, aderendo ad esso per il caso in cui si verifichi.

Sta al Giudice di merito formulare tale conclusione, fondandola – quantomeno – su elementi induttivi di chiaro significato quali – ad esempio - a) la lontananza della condotta tenuta da quella doverosa; b) la personalità e le pregresse esperienze dell'agente; c) la durata e la ripetizione dell'azione; d) il comportamento successivo al fatto; e) il fine della condotta e la compatibilità con esso delle conseguenze collaterali; f) la probabilità di verificazione dell'evento; g) le conseguenze negative anche per l'autore in caso di sua verificazione; h) il contesto lecito o illecito in cui si è svolta l'azione.

In assenza di chiari ed univoci elementi in tal senso, la fattispecie concreta non potrà che venire ricondotta alla figura dell’omicidio preterintenzionale.

Per tale motivi la Cassazione conclude affermando: «L'accertata sussistenza del dolo di lesioni personali, conseguente all'assoluta mancanza di giustificazione e legittimazione medico-chirurgica dell'intervento operatorio causativo dell'evento mortale, se è destinata ad assumere ex se rilevanza decisiva agli effetti dell'integrazione del delitto di cui all'art. 584 c.p., non può tuttavia comportare alcuna attenuazione dell'onere della prova sul punto relativo alla sussistenza dell'ulteriore elemento psicologico rappresentato dal dolo omicidiario, necessario a connotare il più grave titolo di reato ex art. 575 c.p. che esige la rigorosa dimostrazione che il medico-chirurgo si sia rappresentato e abbia voluto, quantomeno coi caratteri richiesti dalla figura del dolo eventuale, l'evento mortale come conseguenza della propria azione e condotta operatoria. In tale ottica, però, non è sufficiente la mera accettazione del rischio che l'evento si verifichi, essendo necessario - quale elemento dirimente tipico del dolo, anche nella sua forma eventuale - l'esistenza di un atteggiamento psichico che riveli l'adesione dell'agente all'evento, per il caso che esso si verifichi come conseguenza, anche non direttamente voluta, della propria condotta; nella scelta di agire del soggetto deve essere ravvisabile, dunque, una consapevole presa di posizione di adesione all'evento, che costituisca espressione di una manifestazione, sia pure indiretta, di volontà»

Fabrizio Colli

CODICE PENALE COMMENTATO PER ARTICOLO CON LE SOLUZIONI DELLA GIURISPRUDENZA

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