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ESAME DI AVVOCATO RINVIO 2021: Pietro Dubolino commenta la sentenza Cass. pen. III, 11 novembre 2020 n. 31512

La nozione di “inferiorità psichica” nell’art. 609 bis c.p.

Data: 28/01/2021

In tema di violenza sessuale, le condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa, l’abuso delle quali rende configurabile il reato, ai sensi dell’art. 609 bis, secondo comma, n. 1, c.p., possono essere determinate anche da credenze esoteriche le quali, indipendentemente dall’esistenza di patologie mentali,  innestandosi su uno stato di limitato processo evolutivo mentale o culturale o su ulteriori fattori di debolezza, quali la minore età o una disagiata situazione individuale e familiare, rendono la persona offesa vulnerabile alle richieste dell’agente. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto che correttamente fosse stata affermata la responsabilità dell’imputato in ordine al reato “de quo” in un caso nel quale diverse donne erano state indotte, in più riprese, nel corso di anni,  a rapporti sessuali di varia natura con esso imputato e con altri, essendosi fatto loro credere che in tal modo sarebbero state superate delle “negatività” afferenti alla loro vita sentimentale e familiare)

Cass. III, 11 novembre 2020 n. 31512, XY (ud. 14 settembre 2020)

La sentenza in commento si pone, dichiaratamente, su di una linea di continuità rispetto ad un orientamento che appare, allo stato, consolidato, secondo il quale  la nozione di “inferiorità psichica” richiamata nell’art. 609 bis c.p. sarebbe da interpretare in senso lato, sì da comprendervi non solo le situazioni di vera e propria infermità psichica  ma anche ogni altra situazione nella quale il soggetto passivo  si trovi in una situazione di “soggezione  psicologica” (sic, a pag. 15 della sentenza) rispetto al soggetto attivo, tanto da non essere in grado di opporre adeguata resistenza  alle sollecitazioni e suggestioni poste in essere da quest’ultimo.  In particolare si citano, nella sentenza, come precedenti specifici: - Cass. III,  9 maggio 2007 n. 33761, relativa ad un caso in  cui (come si legge nella massima ufficiale) “la persona offesa, da tempo versante in stato di depressione ansiosa e convinta che ciò dipendesse da un sortilegio, era stata indotta dall'imputato ad un rapporto sessuale sul presupposto che ciò era necessario per contrastare il maleficio in atto; - Cass. III, 2 dicembre 2005 n. 2215, relativa ad un caso in cui  la sussistenza dello stato di inferiorità psichica delle persone offese  (peraltro di età minore) era stato ritenuto (sempre secondo quanto si legge nella massima ufficiale)  “conseguenza di una situazione ambientale di soggezione generale, nella quale l'imputato appariva come persona dotata di poteri occulti, temibile, e pertanto in grado, sotto l'egida dei riti magici, di vincere i poteri di resistenza delle vittime, abusando sessualmente delle stesse”.

Nel  caso di cui alla sentenza in commento, come già appare nella massima surriportata, la condizione di inferiorità psichica vien fatta consistere nelle  “credenze esoteriche” (peraltro non meglio precisate) delle persone offese (quasi tutte maggiorenni)  delle quali avrebbe approfittato l’imputato per indurre queste ultime ad acconsentire ai rapporti sessuali.

È questo un indirizzo interpretativo che  suscita, tuttavia, delle perplessità.  Se può, infatti,  astrattamente convenirsi  sul principio che per  “inferiorità psichica” non deve necessariamente intendersi  una condizione riconducibile ad una qualche specifica affezione patologica  afferente alla sfera psichica, appare, per converso, assai discutibile che possa “ sic e simpliciter” ritenersi  causa oggettiva di “inferiorità psichica” , ai fini della configurabilità del  reato di cui all’art. 609 bis, il solo fatto che taluno nutra credenze o convincimenti che esulano  dalla pura razionalità e dalla comune esperienza sensibile, come appunto può dirsi per  la magia o l’esoterismo, ai quali si riferiscono la sentenza in commento e quelle in essa richiamate. Allo stesso titolo, infatti, potrebbe  ritenersi in condizione di “inferiorità psichica” chi avesse fiducia nell’astrologia, nella chiromanzia, nella cartomanzia, nello spiritismo, nell’occultismo  o in qualsiasi altra pratica che presupponesse  il possesso, in chi la esercita, di poteri  qualificabili “lato sensu” come “paranormali”.

 In realtà, per potersi parlare di “inferiorità psichica”, ai fini che qui interessano, sembra  corretto ritenere che  debba trattarsi di una condizione della sfera psichica che per sua natura, e non come conseguenza  dell’instaurarsi di determinati rapporti interpersonali,  faccia sì che il soggetto sia, rispetto alla norma,  meno capace di determinarsi autonomamente a fronte di sollecitazioni di tipo sessuale che gli provengano da altri soggetti. Il che non sembra potersi dire con riguardo alle condizioni nelle quali si trovano  persone che nutrano credenze del genere di quelle sopraindicate, giacchè tali credenze, di per sé, non implicano una maggiore, abnorme cedevolezza a sollecitazioni di ordine sessuale rispetto a quella che ordinariamente può riscontrarsi nella generalità dei consociati.  Può naturalmente avvenire che il sedicente mago, guaritore, astrologo, indovino etc.  abbia buon gioco nell’usare la propria influenza su quanti ricorrono alle sue prestazioni  per convincerli, grazie al rapporto di fiducia instaurato con essi, ad acconsentire a rapporti sessuali. Ma questo non vuol dire che egli “abusi” di una condizione di obiettiva “inferiorità psichica” di quei soggetti, dovendosi piuttosto ritenere che, come può avvenire nell’ambito di qualsiasi rapporto fiduciario, si avvalga di un tale rapporto per  portare avanti con maggiori prospettive di successo  le proprie “avances” di ordine sessuale.

 In altri termini, e conclusivamente, sembra dunque doversi respingere la equiparazione, contenuta invece (come si è visto) nella sentenza  in commento, della nozione  di “inferiorità psichica”  con quella di “soggezione psicologica”, dovendosi ritenere la prima come caratterizzata dalla sua riferibilità ad elementi di natura oggettiva  laddove la seconda su colloca esclusivamente sul piano della soggettività. Ed è solo la prima, quindi, e non anche la seconda, quella alla quale deve riguardarsi ai fini della sussistenza o meno del reato “de quo”, dandosi luogo, altrimenti, ad una indebita e pericolosa estensione della sfera di operatività della norma incriminatrice. Il che – può aggiungersi – andrebbe  ben al di là delle riconoscibili intenzioni del legislatore, a proposito delle quali può anche essere utile ricordare che con la legge n. 66 del 1996, introduttiva della nuova disciplina in materia di reati sessuali, venne eliminata la figura della violenza carnale presunta, prevista dall’art. 519 c.p. per il caso di congiungimento del soggetto attivo “con persona malata di mente ovvero non in grado di resistergli a cagione delle proprie condizioni di inferiorità psichica o fisica”. Ciò al dichiarato fine di far sì che anche  soggetti che si trovassero in tali condizioni potessero aspirare ad una vita sessuale senza per questo esporre necessariamente il “partner” al rischio della sanzione penale, postulandosi quindi, in tal modo,  la possibile validità del consenso da essi prestato al rapporto sessuale, sempre che questo non fosse frutto di un vero e proprio “abuso”, cioè di una consapevole strumentalizzazione  della  condizione di inferiorità, tale per cui, in assenza di tale condizione,  quel consenso sarebbe necessariamente mancato.  Se, dunque, anche in presenza di una vera e propria affezione patologica della sfera psichica può ammettersi la validità del consenso al rapporto sessuale, a maggior ragione appare da escludere che causa di invalidità di quel medesimo consenso possa essere, di per sè, la sola “soggezione psicologica”.

Pietro Dubolino (magistrato)

 

Codice delle leggi penali speciali

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