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NJUS - La sentenza di applicazione della sanzione pecuniaria su richiesta dell'ente non può comportarne la condanna alle spese processuali

Commento alla sentenza Cass. pen., n. 30610 del 3 agosto 2022

Data: 04/08/2022

Sulla nuova rivista digitale NJUS diretta da Valerio de Gioia  potete leggere il commento alla sentenza Cass. pen. n. 30610 del 27 maggio 2022, depositata il 3 agosto 2022. La terza sezione penale della Corte di Cassazione è intervenuta in tema di spese del procedimento in caso di applicazione della sanzione pecuniaria su richiesta dell'ente.

La condanna alle spese è stata introdotta con la L. 12 giugno 2003, n. 134, quando la possibilità di chiedere l'applicazione concordata della pena è stata estesa anche in caso di patteggiamento ad una pena detentiva non superiore a cinque anni di reclusione, sicché da tale condanna restano (oggi) indenni solo gli imputati condannati ad una pena finale non superiore a due anni di reclusione.

L'art. 63, D.L.vo 8 giugno 2001, n. 231, è rimasto immutato nel tempo ma l'argomento del "rinvio fisso" alle norme codicistiche che disciplinano il patteggiamento non è persuasivo. L'applicazione della sanzione pecuniaria amministrativa su richiesta dell'ente, infatti, è ammessa «se il giudizio nei confronti dell'imputato è definito ovvero definibile a norma dell'art. 444 del codice di procedura penale» (art. 63, cit., comma 1); l'ente, accedendo a questa tesi, non potrebbe mai "patteggiare" la sanzione quando, per esempio, nei confronti dell'imputato è stata applicata una pena detentiva superiore a due anni di reclusione; per converso, l'ente potrebbe "patteggiare" la sanzione anche quando l'imputato non potrebbe definire il giudizio con il patteggiamento per la presenza, magari, di reati ostativi introdotti quale condizione negativa del patteggiamento dopo il 2001 (come quelli, ad esempio, previsti dal comma 1-bis dell'art. 444 c.p.p. aggiunto dalla L. n. 134 del 2003) ovvero in caso di mancata restituzione dei prezzo o del profitto del reato nei casi previsti dal successivo comma 1-ter. Va piuttosto evidenziato che l'allargamento della possibilità, per l'imputato, di chiedere l'applicazione della pena concordandola con il pubblico ministero e la contestuale previsione di ipotesi ostative chiamano in causa il solo concetto di (astratta) "definibilità" del giudizio mediante patteggiamento, incidendo sui presupposti che legittimano l'ente a chiedere e ottenere una sentenza di "patteggiamento", ma non sulle concrete conseguenze che riguardano esclusivamente l'imputato-persona fisica. Il rapporto processuale che si costituisce mediante l'esercizio dell'azione penale nei confronti dell'imputato persona fisica è, infatti, del tutto autonomo e indipendente da quello costituito dall'esercizio dell'azione nei confronti dell'ente, e i relativi esiti non necessariamente devono coincidere se ciò non è espressamente previsto dalla legge. La decisione dell'imputato-persona fisica di chiedere l'applicazione della pena in misura superiore a due anni di reclusione non può ridondare a danno dell'ente il quale non può, sol per questo, essere condannato al pagamento delle spese processuali in caso di separato, autonomo patteggiamento, a maggior ragione se l'imputato patteggia una pena pari o inferiore a due anni di reclusione (evidente, sarebbe, in tal caso, la disparità di trattamento se l'ente fosse invece condannato alle spese).

Il fatto che l'imputato-persona fisica abbia patteggiato la pena costituisce un requisito di ammissibilità del patteggiamento dell'ente ma non performa il contenuto dell'azione esercitato nei confronti dell'ente stesso, né ne condiziona gli esiti, come si desume dal fatto che l'ente può patteggiare la sanzione anche quando il giudizio a carico dell'imputato-persona fisica è astrattamente definibile (ma non definito) con il patteggiamento. È appunto il concetto di "definibilità" che costituisce la chiave di lettura della norma perché ne smarca i presupposti applicativi dalle separate vicende processuali dell'imputato persona fisica, ancorandone il presupposto applicativo alla sola astratta possibilità che il giudizio possa essere definito dall'imputato con il patteggiamento, possibilità che, al netto delle condizioni stabilite dall'art. 444, commi 1-bis e 1-ter, c.p.p., impegna il giudice in una valutazione (solo) incidentale sulla possibilità per l'imputato di definire in concreto il giudizio mediante patteggiamento. Altro argomento a sostegno della autonomia dei due procedimenti speciali deriva dal fatto che ulteriore presupposto applicativo del patteggiamento dell'ente è costituito dal fatto che, a prescindere dalle vicende processuali dell'imputato-persona fisica e dalla definizione o astratta definibilità del giudizio nei confronti di questi, l'ente può sempre chiedere l'applicazione della sanzione nei casi in cui per l'illecito amministrativo è prevista, come nel caso di specie, la sola sanzione pecuniaria.

Tale presupposto applicativo del patteggiamento dell'ente non è mai mutato nel tempo, non giustificandosi, dunque, la condanna al pagamento delle spese, in assenza di uno specifico intervento normativo che non ha mai interessato l'art. 63, D.L.vo n. 231 del 2001. Deve dunque affermarsi che la sentenza di applicazione della sanzione pecuniaria su richiesta dell'ente ai sensi dell'art. 63, cit., non può comportare la condanna dell'ente stesso alle spese processuali.

Il commento di Valerio de Gioia dal titolo: La sentenza di applicazione della sanzione pecuniaria su richiesta dell'ente non può comportarne la condanna alle spese processuali è corredato dal testo integrale della sentenza.

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