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SPECIALE ESAME AVVOCATO - NJUS - I limiti all’accesso difensivo: la differenza tra riservatezza «semplice» e «rafforzata»

Commento alla sentenza del Consiglio di Stato n. 10277 del 22 novembre 202

Data: 22/11/2022

Con sentenza n. 10277 del 22 novembre 2022, la quarta sezione del Consiglio di Stato è tornata sul rapporto tra l’“accesso difensivo” e la tutela della riservatezza.

L’art. 22, comma, 2 L. 7 agosto 1990, n. 241 afferma che l’accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza.

In particolare, la funzione dell’accesso trova una più compiuta definizione nel successivo comma 3, il quale stabilisce il principio generale di accessibilità agli atti, ad eccezione di quelli indicati all’art. 24, commi 1, 2, 3, 5 e 6 (Cons. Stato, Ad. plen., 25 settembre 2020, n. 19); nell’ultimo comma, l’art. 24 indica un’autonoma funzione dell’accesso e la costruisce come una eccezione rispetto all’elenco delle esclusioni dal diritto di accesso che danno la rubrica all’articolo in parola, precisando che deve “comunque essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici. Nel caso di documenti contenenti dati sensibili e giudiziari, l’accesso è consentito nei limiti in cui sia strettamente indispensabile e nei termini previsti dall’articolo 60 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in caso di dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”.

Inoltre, per quanto riguarda il profilo della valutazione che deve effettuare l’Amministrazione in ordine alle istanze di accesso ai documenti e alla sussistenza di un certo collegamento tra atti richiesti e difese da articolare in un processo già pendente, l’Adunanza plenaria si è espressa, in particolare, con la sentenza n. 4 del 2021, pervenendo alle seguenti conclusioni in relazione all’“accesso difensivo”:

a) deve trattarsi di interesse ostensivo diretto, concreto ed attuale alla cura in giudizio di determinate fattispecie;

b) deve sussistere un certo “collegamento” tra atti richiesti e difese da apprestare;

c) la richiesta ostensiva deve essere adeguatamente e diffusamente motivata dalla parte istante; con esclusione, dunque, di generici riferimenti “a non meglio precisate esigenze probatorie e difensive, siano esse riferite a un processo già pendente oppure ancora instaurando”. Ciò in quanto “l’ostensione del documento passa attraverso un rigoroso vaglio circa l’appena descritto nesso di strumentalità necessaria tra la documentazione richiesta e la situazione finale controversa”.

Quanto, poi, al rapporto tra “accesso difensivo” e tutela della riservatezza, va rammentato in via preliminare che occorre distinguere tra:

d) riservatezza “semplice” (categoria in cui rientra proprio la tutela ai dati finanziari ed economici), in ordine alla quale l’interesse difensivo è ritenuto tendenzialmente prevalente; 

e) riservatezza “rafforzata”, nell’ambito della quale vanno annoverati dati “sensibili” (es. origini razziali e convinzioni politiche e religiose nonché eventuali vicende giudiziarie) e dati “supersensibili” (es. salute e orientamento sessuale), rispetto ai quali l’interesse difensivo deve di volta in volta essere bilanciato secondo criteri di necessarietà, indispensabilità e parità di rango.

Il commento di Valerio de Gioia dal titolo: I limiti all’accesso difensivo: la differenza tra riservatezza «semplice» e «rafforzata» è corredato dal testo integrale della sentenza.

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